Don Ciotti a Penne ricorda Alessandrini

«HO DUE GRANDI RIFERIMENTI, IL VANGELO E LA COSTITUZIONE ITALIANA. FATELI ANCHE VOSTRI»
Don Luigi Ciotti è stato a Penne per due giorni, in occasione dei festeggiamenti di San Massimo, il santo patrono della cittadina vestina.
di Ertilia Patrizii

Don Giorgio mi aveva detto di stare in campana se volevo fare delle domande a Don Luigi Ciotti. Il 7 e l’8 maggio, il fondatore del gruppo Abele e di Libera è stato a Penne,  segnando una rottura bella forte nel modo di festeggiare il santo patrono, San Massimo. Quest’anno la piazza ha risuonato non degli spari pirotecnici, non degli impianti di amplificazione di band famose, ma delle parole del sacerdote di Pieve di Cadore che, nella sua appassionata lezione su responsabilità e legalità, ha esordito ricordando Emilio Alessandrini (nato a Penne ndr) e ha terminato augurando a tutti una «pedata di Dio, perché nessuno si senta mai a posto, perché la democrazia si fonda anche sull’inquietudine delle coscienze».
Dalla macchina della scorta Don Luigi è approdato sull’altare della cattedrale per celebrare messa insieme con il Vescovo Mons. Tommaso Valentinetti, i parroci di Penne, i seminaristi, i diaconi. Al termine, un corteo solenne li avrebbe ricondotti all’ingresso del museo civico diocesano, adiacente alla cattedrale, per riporre i paramenti sacri. Durante il corteo Don Giorgio Moriconi, parroco nella città di Penne e vicario per la pastorale della diocesi, ha trovato il mio sguardo e mi ha fatto un cenno secco di seguirli. Era il momento buono per le mie domande. Qui, cripta, reperti di epoca romana, trabeazioni, iscrizioni lapidee e incenso enfatizzavano ulteriormente l’atmosfera di sacralità che già avvertivo. La semplicità di dialogo di Don Luigi ha evaporato tutto, ma la sua profondità non ha lasciato lo stomaco indifferente, perché sai che le cose che dice, hanno la verità di chi le ha vissute e le vive ogni giorno.

Il morso del di più, come dici spesso, la sana follia di rompere gli schemi, di essere meno prudenti. Le tue azioni concrete ci aiutano non poco a farci venire voglia del morso del di più. Ma come si lavora sulla perseveranza, lo scoraggiamento e le intimidazioni che conosci molto bene?
Ci sono momenti di smarrimento, paura anche.  Poi ti poni delle domande e ti rendi conto che solo allargando il numero delle persone con cui ti relazioni il cambiamento è possibile. Perché l’unità di misura dei rapporti è la relazione. Dobbiamo rimettere al centro la prossimità, non dimenticarci che mancare l’appuntamento con l’altro è mancare l’appuntamento con la vita. Facciamo in modo di non trasformare la diversità in avversità. Come? Recuperiamo i legami relazionali, mettiamoci in ascolto, non lasciamo le persone sole. Ecco dove agiscono le mafie che hanno cambiato strategia e non usano più il tritolo.
Non possiamo scoraggiarci, ci sono troppi segnali positivi, tanti anni fa non c’erano le leggi, non c’erano gli strumenti.
Le piccole cose possono graffiare la realtà e le coscienze. La speranza ha il volto dell’opportunità e dell’impegno. E la strada dell’impegno è scandita da tre parole: corresponsabilità, continuità e condivisione. Un contributo importante è dato dalla democrazia che si fonda su due doni: la giustizia e la dignità umana. La spina dorsale della democrazia è la responsabilità; e guarda caso la spina dorsale della Costituzione è sempre la responsabilità, perché deriva dal sacrificio di persone che hanno fatto un percorso di resistenza contro quel potere dittatoriale. Ecco, l’impegno di oggi, per la libertà, ci impone quella resistenza. Resistere vuol dire esserci, vuol dire fare, mettersi in gioco. E  la pericolosità della democrazia e della Costituzione sta proprio nella responsabilità, il cui valore etimologico è “rispondere”. È facile rispondere in maniera superficiale, ma siamo chiamati a rispondere anche in maniera scomoda. Credo che in un momento difficile come questo siamo chiamati ad esserci davvero, in sostanza, a colmare la vita di vita, cioè di senso e di significato. Un momento storico in cui molti s’indignano, perché anche l’indignazione è diventata di moda. Credo che l’ultima risposta all’ingiustizia umana sia il disgusto per l’arroganza, la violenza, il giudizio. E allo sdegno si deve rispondere creando condizioni che restituiscano dignità ai giovani, alle famiglie, agli immigrati.

Don Luigi le parole sono importanti. Le usi con coraggio denunciando fatti e persone. Ma hai una certa insofferenza per quelle usate con superficialità: emergenza, sgombero, indignazione e anche solidarietà declinata senza giustizia. Quanto è pericoloso nascondersi dietro la sicurezza di certe espressioni linguistiche?
Le parole sono stanche. I linguaggi non aiutano, dobbiamo saper distinguere, non confondere.
In nome della legalità e della sicurezza sono state fatte leggi che hanno privato di libertà e dignità tante persone: parlo della legge sull’immigrazione (legge Bossi-Fini ndr). L’Italia ha riconosciuto la clandestinità come reato, andando contro la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, contro la Costituzione. Dove siamo stati, per ben due anni? C’è voluta la Corte Costituzionale e poi la Corte Europea a dichiarare che tutto ciò non era possibile.
Parole come legalità, pace, sono svuotate di senso nella pratica quotidiana. La legalità, per esempio, non è il nostro fine, ma uno strumento importante. Quanta gente confonde la giustizia con la legalità che è, invece, un prerequisito per raggiungere un fine. Le leggi sono un mezzo per realizzare la giustizia. La legalità è la saldatura tra responsabilità, la nostra, e la giustizia. In Italia non ci vogliono nuove regole, ma una nuova etica.  Siamo, a mio avviso, in uno stato di coma etico, se nel nostro Paese la corruzione pubblica vale 60 milioni di euro.
E allora dico che c’è una responsabilità delle parole. Le parole possono costruire, avvicinare, accogliere. Ma possono anche ferire, emarginare, etichettare. Hai ragione, le parole sono importanti e noi abbiamo la responsabilità dell’uso. E a volte abbiamo bisogno di usare le parole di denuncia. Purché sia una denuncia seria, attenta, documentata e ci sia una capacità critica, ma costruttiva, altrimenti tutto diventa distorto e diventa un modo per emarginare. E poi abbiamo bisogno di parole di vita, di speranza e di costruire dei percorsi di giustizia dentro le nostre famiglie.

A chiunque accenni ai numerosi risultati ottenuti negli anni  tieni a sottolineare che tutto quello che è stato realizzato non viene dall’“io”, ma da un “noi”.  Come si costruisce e si tiene salda nel tempo una cultura del noi così fattiva?
Se siamo qui è perché ha vinto il noi.  Tutto, all’inizio, era già un noi: il gruppo Abele. Sarebbe la più grande sconfitta della mia vita parlare in prima persona. Ho cercato con tutti i miei limiti di lavorare sempre per un noi; io sono qui, ma sono moltissime le persone che in questo momento sono impegnate a costruire.  E ho imparato a diffidare dei navigatori solitari. Se incontri qualcuno che ha capito tutto, che ha la risposta facile su tutto, ti prego, salutalo per me e cambia strada perché siamo tutti piccoli piccoli.  C’è bisogno di assumere la nostra quota di responsabilità e di impegno.
Le mafie sono forti quando la democrazia è debole, quando la politica è debole. Come mai da 400 anni la camorra è in Italia, da 200 anni cosa nostra è In Italia, da 100 anni la ndrangheta calabrese è in Italia?  A parole ci sono tutti, ma con i fatti no, a spendere la propria vita, e molti l’hanno fatto, hanno pagato con la propria vita, e molti continuano.  Ma non basta. Non bastava ieri e non basta oggi.  L’illegalità, la corruzione pubblica, le mafie, l’arroganza, i poteri trovano terreno fertile. Dobbiamo assumerci la nostra quota d’impegno. Ma non vorrei dimenticare le cose positive: il grande lavoro, la stima e la riconoscenza per quanti ogni giorno spendono generosamente la propria vita: la magistratura, le forze di polizia, i segmenti delle istituzioni a servizio del bene comune.

Ti occupi di formazione, di pedagogia e ti relazioni con il mondo giovanile da quaranta’anni: chi sono, oggi, i giovani che incontri?
In primo luogo mi sento di dire che c’è un vuoto grande da colmare sul lato dei servizi, lo Stato deve attuare degli interventi seri per loro. Devo segnalare, inoltre, una dipendenza sempre più diffusa che è quella da Internet. L’arma del virtuale può essere anche molto pericolosa, i ragazzi vengono nei nostri centri e chiedono di essere disintossicati. Già dieci anni fa mi sono permesso di parlare dei segnali di quella che oggi è diventata una forma di dipendenza seria: tre ospedali in Italia hanno aperto un reparto dedicato.
Da sempre, però, “il problema” non viene dai giovani, ma dagli adulti. I ragazzi non cercano adulti perfetti, li vogliono autentici. Cercano il confronto, la passione, la relazione e spesso non la trovano.  Incontro dei ragazzi meravigliosi nelle scuole, nelle piazze, hanno sete di conoscenza e si interrogano su come contribuire nel loro piccolo, su cosa possono fare. E molti scelgono di vivere  un’esperienza estiva di volontariato e di formazione civile sui terreni confiscati alle mafie gestiti dalle cooperative sociali di Libera Terra (per il secondo anno consecutivo, i ragazzi di Penne torneranno nella Locride il prossimo agosto ndr).

Don Luigi ha parlato la sera e la mattina seguente, incontrando gli studenti delle scuole di Penne. La sera, in piazza, ha iniziato così la sua riflessione scomoda su responsabilità e legalità:

«Lungo il tragitto per raggiungere la piazza, c’è una lapide che mi ha colpito e che voi conoscete. Parla di un grande uomo di questa terra ucciso a 36 anni. Emilio Alessandrini. Su quella lapide che voi conoscete ci sono tre parole che faccio mie in questa riflessione, perché qui c’è scritto che il nostro, il vostro Emilio Alessandrini  è stato ucciso per il suo intransigente impegno per la democrazia, la legalità e la giustizia. Voi avete scritto lì, lì ci sono i vissuti, le fatiche e le speranze di un vostro concittadino che è stato ucciso perché portava avanti un impegno senza sconti. Con serietà, profondità e coraggio, per la democrazia, la legalità e la giustizia».

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