Abruzzo: poesia in movimento

Il racconto (tradotto) del viaggio in Abruzzo di Julia Bohanna, vincitore del primo premio Bradt/Independent on Sunday 2012.

Scivolo su una grata metallica sul marciapiede vicino Porta San Francesco. Due volte. Con lo sguardo fisso verso l’alto, a bocca aperta, ubriaca di storia. L’arco segna l’inizio della città vecchia -la città medievale abruzzese di Penne, in provincia di Pescara. Sono abituata ai monumenti etichettati e protetti in modo accademico. Comunque, in questo territorio dell’Italia centrale che arriva dagli Appennini all’Adriatico, tre ore a nord di Roma, c’è un po’ di denaro per conservare gli edifici. “Si presume che San Francesco sia venuto a Penne” dice la mia guida Alessio. “E’ solo una leggenda. Sebbene George Michael venne qui per un Capodanno. Bel posto per una festa”. Qui postresti potresti senz’altro festeggiare da re. Una volta i nobili avevano residenze a Penne, una cittadina in origine chiamata Pinna Vestinorum-pinna nel senso di collina rocciosa. Alcuni palazzi hanno ancora dei tunnel sotterranei da strada a strada, in modo che l’aristocrazia poteva scappare con i loro servitori quando erano sotto attacco. Nel XV° secolo, i cittadini de L’Aquila erano in contraddizione con quelli di Penne; entrambi stavano provando a guadagnarsi il controllo di Faridola, altra cittadina in provincia di Pescara.“Penne era destinata a logorare il nemico”, scherza Alessio accompagnandomi all’entrata di Palazzo Castiglione in Via Pansa, finora un’altra Fiat metallica scorrazza su per la sottile strada di ciottoli.. “Sebbene voi ci avete bombardati durante la guerra” aggiunge in quel tipico umorismo abruzzese che scoprirò più tardi. Oleandri e baobab-un ricco signore importò gli alberi-sono sparsi nella città come eredità di un capriccio e soddisfazione. I palazzi abitati hanno porte più nuove, color caramello o finanche piccole quantità di bucato steso fuori. Le porte termiche interne trattengono il calore. Ci sono 16 palazzi a Penne. Sedici, in una cittadina di soli 12.500 abitanti. Su di uno c’è una finestra del 14° secolo, intatta per secoli. L’unica concessione moderna sono i chiodi anti-piccioni. Le case qui sono dei colori Romani-giallo tenue, marrone crosta di pane e terracotta. C’è una una casa di un giallo ribelle, ma anche quella casa colorata alla crema ha una sua bellezza, grazie all’architettura elegantemente omogenea.

Avevo preso da leggere una traduzione delle Metamorfosi di Ovidio. Il poeta era nato nel 43. A.C.  nella zona di Sulmona. Egli racchiuse  una poesia arguta, viscerale che ora sembra stranamente attuale. Sono arrivata qui con mia figlioletta imbronciata, con treni, un aereo, autobus chiassosi e con un tassista che urlava come la cronaca di una partita di calcio alla radio. Viaggi come questi uccidono la poesia. Ad ogni modo, arrivando al Castello Chiola a Loreto Aprutino, la poesia di Ovidio si è riaccesa.
Nella sua composizione “ I Giganti”, in una parte delle Metamorfosi, dice “…i giganti ambivano al trono del cielo e costruito  un sentiero un sentiero alle stelle su alto”. Qui, finestre aperte sulle montagne, cfragore di campane da ogni direzione. Il castello è un aristocratico con un pullover bucato e labrador – elegante senza essere sconvolto. Una volta difensore del villaggio, l’edificio risale all’ AD 864. Il proprietari sono tranquilli circa la tappezzeria scrostata e l’arredamento polveroso; molti degli altro ospito sono italiani in scarpe da ginnastica.
La nostra camera è immensa -un divano, tre comode sedie, molti guardaroba spaziosi e un bagno di marmo. Un delizioso elemento è la finestra in legno da cui posso vedere la piscina -troppo fredda per nuotare al tenpo della mia visita- e l’alta catena montuosa del Gran Sasso.
Un uomo ha lavorato la terra per impostarla alla perfezione in Abruzzo. Ci sono filari infiniti di ulivi, alcuni alti e maturi, e basse linee di viti. Ci sono inoltre vecchi casali con mattoni di terracotta a chiese cullate dagli alberi.
Alessio mi porta alla Tenuta de Melis, una tipica tenuta con vigneto e olio d’oliva. Valeria, una apprendista sommelier di 23 anni, mi presenta sua madre. La mamma è timida nel mostrarsi nei suoi panni da lavoro, ma porta piatti e piatti di olive, pane fatto in casa e fette di prosciutto fatto in casa.
Mia figlia mangiucchia le olive, che odia a casa, ma ora sta sorridendo. Il calore abruzzese, sta sciogliendo la sua riservatezza. Più tardi, vediamo un impianto di lavorazione dell’olio d’oliva. Come il vino, il prezioso olio è monitorato dal campo alla bottiglia. Alla fine, un liquido burroso si versa dalle “spine” e lo assaggiamo sul pane, con sale e vino rosso.
Non crescono solo ulivi in Abruzzo. San Lorenzo, un vigneto segnato da alberi di cipresso, è stato convertito in un bed&breakfast a “sala matrimonio”. “Il mondo corre e noi non dobbiamo restare immobili”, dice Alessio.
Percorriamo la strada per Atri–strade che la gente del posto chiama “montagne russe”; strade con più curve di un brutto romanzo.
Atri è piccola ed elegante. Nella basilica Romano-Gotica, la Cattedrale dell’Assunta, muri e volta con affreschi restaurati con colori vividi, uno di Andrea de Litio, del 1460.
Sediamo nel caffè del Teatro Comunale, godendonci l’atmosfera da studenti universitari. Mi sto convincendo che gli Italiani hanno il migliore tè.
“Ma è Twinings, Alessio”
“Ah”, dice con tristezza (o è huour Abruzzese?). “Pensavo che Twinings fosse Italiano!”.
Su strade buie, torniamo al Castello Chiola. I piccioni vengono allontanati dalle mura del castello dalle taccole rumorose dagli occhi spettrali.  Qui ci sono tutte le variazioni geografiche, finanche i vasti canyons utilizzati nei westerns di Sergio Leone. Pannelli solari si stedono lungo i campi e danno un’altra forma al paesaggio.
Una trasformazione Ovidiana sta avvendo nella mia ragazzina difficile da raggiungere. Vuole camminare, accennare a uomini anziani dai volti segnati dal sole che sbuffano sui sentieri che portano al castello. Al Ristorante Convivio Girasole vicino all’hotel, mangia anellini con pistacchi pancetta affumicata e ricotta di pecora -anelli di pasta con pistacchi, pancetta e ricotta. Senza ketchup.
I poeti moderni che usano la porola anima sono ridicoli. Ma l’Abruzzo è stato così pieno di anima, ha incantato un’adolescente. Eravamo gente conune, ma in questi dintorni poco a poco ci siamo snetiti come eroi mitici di Ovidio-forti, sicuri di sé e riconoscenti. Ovidio inoltre si interrogava su cosa fosse  essere umani. In Abruzzo, essere umano significava essere abbagliati dalla bellezza. Abbastanza da inciampare nella meraviglia. (traduzione @LucillaCalabria)

articolo originale pubblicato su The Independent

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